Arrivederci Maracaibo

“Maracaibo balla al Barracuda, si’ ma balla nuda: za’ za’; si’ ma le machine pistol, si’ ma le mitragliere, era una copertura faceva traffico d’armi con Cuba”… non le abbiamo mai lette queste parole, ma diceva proprio così Lu Colombo nella mitica canzone “Maracaibo”, tanto amata in Italia e, ho scoperto, anche fuori.

Marco Montel-Soto è la testimonianza che questo luogo apparentemente da sogno vacanziero non solo esiste – sta in Venezuela, ed è il più grande pozzo petrolifero del sud America -, ma è proprio quella cosa lì: armi, droga, sesso & musica latina. L’artista di Maracaibo, di stanza a Berlino da quasi vent’anni, è stato invitato da Davide Gallo per sviluppare la sua prima mostra personale in Italia: nasce così una ricca combinazione tra l’esotico e il rigore di Milano, rappresentato anche tramite un collage dove la Galleria Vittorio Emanuele in bianco e nero si staglia sopra un paesaggio dell’isola; tra il sogno tropicale di palme, cattedrali di bambù, pappagalli, donnine nude e amache su cui rilassarsi e la sporcizia socio-politica di un luogo che, a guardarlo bene, è drammatico e spaventoso. Montel-Soto realizza una grande installazione nell’intimo spazio della galleria per far immergere l’utente in un’isola apparentemente meravigliosa, dove pare non ci sia nulla da rimpiangere mentre si sta sdraiati sull’amaca appesa all’angolo, sorseggiando acqua di cocco e vino tinto, ma che poi, sbirciando ogni oggetto portato direttamente dal Venezuela a Milano, si ravvede e capisce che la densa mazzetta di denaro appoggiato sulla mensola altro non vale che quattro euro e che rappresenta lo stipendio medio di un abitante di Maracaibo. Anche la Basilica, ricreata dall’artista in bambù, è un luogo di decadenza, in rovina. Un posto dove la festa è finita, proprio come nei party trash italiani dove la nota canzone veniva – o almeno, ai miei tempi ahimè era così – suonata a luci accese come saluto finale. (che tristezza, lo so!). “Arrivederci Maracaibo” rappresenta questa transizione attraverso un’ironia tangibile in ogni singolo oggetto e installazione creata: dal Maracayo – l’indiano simbolo dell’origine dell’isola -; le riproduzioni di Bolivar e Chavez, posti sullo stesso, antipatico, piano; la “india”: donnina nuda e accattivante che attira le cattive intenzioni; o i bellissimi “guajiros”, i tappetini realizzati a mano dagli artigiani locali, coloratissimi che rappresentano natura e pappagalli; e ancora i due video divertenti, il primo preso da youtube, il secondo realizzato in maniera molto semplice dall’artista, in cui un pappagallo, ascoltando Pavarotti alla tv mentre canta “te vojo bene assaje”, lo imita, oppure due maracas che si incontrano e “danzano” con uno sfondo di foglie in stile jungla. Questa mescolanza tra l’ideale fantastico e una poco sottile critica nei confronti di una società corrotta e rovinata è l’azione che Montel-Soto riporta a Milano, rendendosi testimone attivo – come tipico del suo percorso lavorativo dalla Biennale del Marocco con Archaeology of a journey in Morocco , fino agli interventi nelle residenze come il Betanien a Berlino o il meticoloso lavoro realizzato con gli oggetti delle famiglie per Arqueología en la memoria de las familias de Santa Lucía – di un mondo che ci appartiene solo per finta.

 

Rossella Farinotti, 2016